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INTERVISTA A MARCO BALIANI

balianiChe definizione darebbe alla parola teatro?

Uno spazio-tempo in cui devono convivere lo spettatore e l’attore. Si chiama “spettacolo dal vivo” perché sono vivi tutti e due finché dura la rappresentazione. Un luogo dove l’attore convoca lo spettatore che risponde al richiamo e poi si attua la comunicazione, cioè il messaggio, l’evento. È sempre un evento, anche se si attua una replica, è sempre un evento unico e irripetibile, per lo meno per gli spettatori di quella sera…

Di cosa vorrebbe che si parlasse di più a teatro?

I teatri sono tanti, sono tante le poetiche, sono tanti i gruppi, le modalità, l’uso dei linguaggi. Dagli anni ’70 in poi il teatro si è aperto e sviluppato a 360 gradi, prima c’era un unico teatro, quello dell’800. Adesso il teatro ha assunto davvero molte forme… il teatro non è solo un problema di contenuti, il problema è di come quei contenuti vengono veicolati dai linguaggi… per cui gli esperimenti funzionano quando c’è un’urgenza di comunicazione, una passione e anche poi però la capacità di comunicare.
A me va bene sia una commedia surreale o dadaista piuttosto che un teatro cossidetto “civile”, va bene tutto, purché sia efficace, necessario e nutriente.

Crede che teatro ed educazione siano due mondi che si possono contaminare a vicenda?

Educare vuol dire “portare via da”, letteralmente “ex-duco” significa “condurre via da”, per cui il vero educatore è quello che non ripete le cose già sapute, che ti porta via dalla strada maestra per così dire… quello è educare, per cui quando il teatro compie un’operazione di questo tipo, che è capace cioè di prendere lo spettatore e non riprodurre quello che lo spettatore già si aspetta di vedere, fa un atto educativo: ti spiazza. Quella che De Andrè chiamava la “cattiva strada”, che ti porta via dalla strada che già conosci: vai a teatro convinto di vedere Romeo e Giulietta in una forma canonica e quella sera te lo fanno vedere in un modo che ti scolvolge, ti inquieta, ti spaventa, ti costringe a riflettere sulla realtà che in quel momento il teatro ti vedere da un’altro punto di vista. Quando fa così, il teatro ha sempre una funzione educativa, però nel senso appunto di exduco, di condurre via, non nel senso di istruire o di insegnare.

Per quale motivo portare bambini e ragazzi a teatro?

Per abituarli alla comunicazione teatrale. È come portarli ad una mostra o ad un concerto. Purtroppo da questo punto di vista la nostra scuola è carente poiché l’educazione è tutta incentrata sull’efficenza: le materie funzionano se sono efficienti rispetto allo status sociale, rispetto ai comportamento che deve avere la persona quando si inserirà nel mondo del lavoro… la nostra scuola, così come tutta la nostra cultura occidentale è ancora succube dell’idea che la creazione, la fantasia e l’immaginazione non producano sapere, e invece producono sapere molto più profondo di scienze esatte.

Come è arrivato al teatro di narrazione e cosa pensa possa apportare questo tipo di teatro rispetto alle altre forme teatrali?

Mah… io sono arrivato al teatro di narrazione raccontando storie ai bambini, quindi ho imparato a farlo facendolo, non è che ho teorizzato… in seguito ho riflettuto su quello che stavo facendo e ho tirato fuori saggi, libri… però è stato un fare. Ho fatto Kohlhaas, poi è diventato “il” teatro di narrazione, si è chiamato così e adesso ce ne sono tantissimi che fanno teatro di narrazione. È una delle forme… può arrivare fin dove la gente ha voglia di sperimentare… Nel recente Trincea che ho fatto, per esempio, è sempre uno spettacolo di narrazione che però allo stesso tempo nega la narrazione, quindi, c’è tanto da lavorare… poi il rapporto tra linguaggi: narrazione in rapporto alla musica, al suono, all’elettronica, al video… si può lavorare tanto, ma è sempre una forma teatrale per veicolare certi contenuti, non è la rivoluzione del teatro, è una delle forme che io ho sperimentato per primo perché avevo bisogno di fare un esperimento, per vedere se il corpo narrante era capace di produrre visioni. È uno dei tanti esperimenti belli, che ha avuto una risposta, evidentemente io e tutti gli altri abbiamo colto un momento della nostra cultura in cui c’era di nuovo bisogno di stare ad ascoltare.

Com’è nata l’idea del progetto che ha portato alla realizzazione del progetto e successivamente del celebre libro “Il Pinocchio Nero”?

Eh… questo è un discorso molto lungo… nasce dalla voglia di andare a ritrovarmi, come agli inizi degli anni ’80, in una situazione limite. Mi piaceva l’idea di rimettermi in gioco non con le cose che già sapevo fare, poi per caso è nata la proposta di andare in Africa, io stavo per partire per il Libano, quindi per una serie di coincidenze fortuite mi sono ritrovato a Nairobi, poteva essere in qualsiasi altro posto… li ho cominciato a sperimentare quello che sapevo: sapevo che il teatro ha una forza enorme, però mi sono trovato a sperimentarlo in una situazione molto difficile, ardua, con bambini che non avevano avuto un’infanzia, già adulti pur essendo bambini. Poi il pinocchio nero è venuto molto dopo, non avevo intenzione di fare quello quando sono arrivato, avevo intenzione di usare il teatro per vedere se questo era capace di coagulare in un progetto, in un gruppo, quindi in una prospettiva di vita, persone che erano disgregate e ha funzionato. L’idea del pinocchio è nata per caso… i ragazzi mi raccontavano storie che avevavo sentito loro, poi ad un certo punto mi hannno detto: “raccontaci una storia italiana” e io ho incominciato a raccontare Pinocchio… ho visto che li catturava in modo tale che mi sono detto: proviamo a metterla in scena!